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Daily Archives: giugno 10th, 2007

Questo post con Linux c’entra poco, ma è da qualche giorno che sento l’esigenza di scriverlo. Anzi, per questo ben più che per altri post mi farebbe piacere leggere commenti e feedback da parte di chi naufraga da queste parti.

L’argomento è questo: Google è una spettacolare azienda capace di creare dal nulla idee spettacolari, o è il mostro descritto nel sito “The Google Master Plan“?

Google è il diavolo?

Forse il breve video che si può vedere su quel sito è eccessivamente paranoico e un pò troppo partigiano. Però nessuno può negare che un colosso come Google non possa fare paura a qualcuno.

“Maggio 2017. Ultim’ora. Google compra Internet. Il famoso motore di ricerca ha pagato 2.455 miliardi di dollari, cash: “Abbiamo capito che non ci conveniva comprare Internet a pezzetti”. Negli ultimi vent’anni Google ha comprato YouTube, Doubleclick, Aol e, l’anno scorso, Microsoft. Un messaggio di congratulazioni è arrivato dal governo cinese. Nessun commento, invece, da Amnesty International e Reporters sans frontières: i siti e i server di posta delle due organizzazioni non erano raggiungibili a causa di imprecisate difficoltà tecniche. Fantascienza? Mica tanto. O almeno, non più del progetto (vero) di Google per un ascensore con cui andare nello spazio. Google compra una società dopo l’altra, licenzia i dipendenti che aprono un blog e, per la prima volta, è diventato il marchio che vale di più al mondo (62 miliardi di dollari), superando Microsoft. Intanto già tutti si chiedono: come facevamo senza Google?
Questo è l’editoriale con cui Giovanni De Mauro, direttore di “Internazionale“, ha aperto il numero 691 della sua rivista, uscito il 4 maggio 2007.

Google e la Cina

Google ha letteralmente reinventato il concetto di motore di ricerca e ha spazzato via giganti come Altavista, Lycos, Excite e molti altri ancora. Nel suo sviluppo ha tirato fuori innovazioni come Google Earth, Gmail, Street View, ha coniato il verbo “googleare” nel senso di “cercare su internet“, probabilmente svilupperà un intero sistema operativo basato su Linux e l’anno prossimo comincerà la commercializzazione di un telefonino simile all’iPhone di Apple.

Google permette l’accesso a tutti i suoi servizi attraverso un’unica combinazione username e password. Ciò attribuisce all’utente il vantaggio di collegare e intrecciare le caratteristiche dei vari programmi di Google: ad esempio combinare gli appuntamenti del Calendar con le mappe di Google Earth; oppure le note scritte su Notebook con i blog raccolti su Reader, e così via.

Il cosiddetto Googleware riesce a soddisfare in maniera esemplare, semplice, elegante, veloce e raffinata praticamente tutte le esigenze dell’utilizzatore medio e avanzato del cosiddetto Web 2.0. Questo è innegabile. E con Google Gears ci si può anche svincolare parzialmente della connessione ad Internet. Google può essere la nostra ombra anche là dove il telefono non arriva.

Google sotto la lente

Ma c’è un problema: Google è un’azienda, e ricerca il profitto. Fin qui nulla di male. Le aziende nascono per far soldi, danno lavoro, creano ricchezza. Tutto ciò mi sta bene. Ma quando la ricerca del profitto diventa dissennata, e se le si affianca la ricerca del potere (economico, ma anche politico o sociale) allora la cosa non mi piace più.

La password unica è comoda, ma se ciò consente a Google di profilare i propri utenti definendone interessi, perversioni, attitudini, opinioni, e magari da quei profili Google può trarne vantaggi illeciti, allora sono ben disposto a rinunciare al Googleware, nonostante non si possa riconoscere a Big G di creare software meravigliosamente scritto, ben funzionante, completo.
I motivi per cui Google potrebbe far questo sono i più disparati. Basti pensare a quanto ghiotte possano essere queste informazioni per scopi puramente commerciali (e AdSense dimostra che questi scopi sono già ora una realtà implicitamente accettata), o per motivi giudiziari, e magari in un lontano futuro per ragioni personali, politiche, sociali, e chissà cos’altro ancora.

Google e la CIA

Ad oggi, Google non sembra aver preso ancora questa strada. Ma è innegabile che la Grande G sia già ora nelle condizioni di poter dare il via a tutto questo. Per questo ho deciso che da oggi non utilizzerò più i servizi di Google basati sulla combinazione UserID e Password.

Sembra che non sia l’unico ad aver preso questa decisione. Come citato in questo articolo del Blog di Piplos, di recente Google ha rilevato FeedBurner, e molti vecchi utenti di questo servizio sono in rivolta a causa delle garanzie di privacy che Big G rischia di mettere in discussione. Che un’unica azienda abbia a disposizione informazioni su migliaia di migliaia di blog, con la possibilità di incrociare tali dati con quelli derivanti dai servizi del Googleware fa paura. Anche l’Unione Europea starebbe ponendo dubbi sul rispetto della privacy da parte di Big G.

Quest’ultima acquisizione si aggiunge a quelle di YouTube, JotSpot, Marratech, GreenBorder, Panoramio, e soprattutto quella recente di Doubleclick, con la quale Big G ha messo un’enorme piede nel ricchissimo e remunerativo mondo della pubblicità digitale (ed infatti sta sollevando obiezioni anche da autorità governative americane). Ciò giustifica la definizione di Superpotenza Cibernetica che sempre Piplos le attribuisce in quest’altro post.

Google si mangia anche Panoramio

Se poi qualcuno vuole leggere una notizia davvero raccapricciante, basta puntare il browser su questo articolo di TecnoDuo. Sergey Brin ha investito 2,6 milioni di dollari (ripeto: 2,6 milioni di dollari…) nell’impresa della moglie Anne Wojcicki. Tale Anne, analista finanziaria, ha fondato un’azienda che si occupa di genetica. Tra l’altro Google è anche entrata nel capitale sociale di questa società, che si chiama 23andMe. Riassunto breve: Google ha stabilito una partnership strategica con un’azienda impegnata nel campo della genetica. Non è molto difficile fare 2+2.

Sono diventato un attento e curioso osservatore del blog di Simone Brunozzi, che si occupa prevalentemente di Ubuntu, ma ha idee dal respiro molto ampio e oggi ha pubblicato un post in cui annunciava un’idea, ancora allo stato embroniale, ma che potrebbe essere uno strumento utile per spuntare le armi di Google e restituire alla Rete un pò di quell’innocenza, quella democraticità, quello spirito e quelle idee delle origini che ultimamente sembrano scomparsi dalla circolazione. Sposo in pieno la sua idea di BeeSeek, un motore di ricerca opensource sviluppato secondo un innovativo meccanismo di funzionamento che potrebbe liberarci di alcune delle preoccupazioni per la nostra vita digitale.

Insomma, Google è una grande azienda che ha fatto tanto per Internet, ma ora dà l’impressione che la sua longa manus si stia estendendo un pò troppo. L’augurio è che il nostro futuro digitale non sia quello rappresentato in questo blog. O magari quest’altro:

Google nel 2084

Aggiornamento del 11/06/07: in questo articolo del Washington Post si discute di Google e di privacy. Invece, un ottimo post apparso su MenteCritica affronta gli stessi temi del mio articolo e giunge a conclusioni analoghe, con collegamenti ad altre interessanti risorse che io non ho indicato.

Aggiornamento del 19/06/07: un post di tuxjournal segnala un articolo di The Inquirer secondo il quale Google ha aperto un blog pubblico dedicato alla politica. “Lo scopo è quello di aprire un dialogo ed aiutare la stessa società a ridefinire e migliorare la propria posizione all’interno del mondo burocratico e delle strategie legali.

Tra le ragioni che spesso si sentono citare per giustificare l’utilizzo di Linux ai winzozzisti c’è senz’altro l’estrema capacità di personalizzazione e la possibilità di abbellire la nostra Linux Box. Ciò è vero anche per Ubuntu, che può essere temato a volontà per renderlo piacevole e sempre diverso dal solito.

C’è però una componente che nonostante tutto è ancora tremendamente brutta: GRUB, il boot loader predefinito di Ubuntu.

GRUB prima della cura

GRUB prima del chirurgo estetico.

Per cominciare, apriamo il file di configurazione di GRUB. Prima però salviamone una copia di backup, dato che eventuali pasticci in questa fase possono impedire l’avvio di tutti i sistemi operativi installati.

sudo cp /boot/grub/menu.lst /boot/grub/menu.lst.backup

sudo gedit /boot/grub/menu.lst

Sottolineo nuovamente: occhio a non fare macelli, altrimenti Ubuntu non parte più… e neanche Windows, ma questo non è un gran male.

Localizzate questa riga all’interno del file:

# color cyan/blue white/blue

tolto l’asterisco, il comando color definisce i colori delle scritte e dello sfondo del bootloader. La sintassi da usare è questa:

color scritte/sfondo scrittaevidenziata/sfondoevidenziato

Le liste con i colori utilizzabili sono disponibili su Internet o meglio con info grub da terminale. Non scendo nel dettaglio perchè questa metodica è largamente superata dalla possibilità di impostare un’immagine di sfondo, ovvero di una splashimage che supera le impostazioni sopra descritte.

Le caratteristiche della splashimage sono: formato xpm.gz (ovvero xpm compresso), risoluzione 640×480, 14 colori. che significa immagini abbastanza brutte, ma sempre meglio dello sfondo nero.

Una buona collezione di splash si trova a questo indirizzo. Altre splash si trovano sia su Gnome-look che su KDE-look. Chi ha le doti, ovviamente, può farsene da sole con il proprio programma di grafica preferito, partendo dall’immagine che vuole, ridimensionandola, riducendo i colori e salvandola in xpm.gz.

La splash va posizionata sull’hard disk in un punto qualsiasi (anche sotto /boot/grub o in una apposita sottocartella). Invece, in menu.lst vanno aggiunte queste righe:

# Splashimage
foreground = 0000ff
background = ffffff
splashimage=(hd0,0)/boot/grub/nome_file.xpm.gz

Ovviamente (hd0,0) deve corrispondere alla posizione sull’hard disk della partizione che ospita il file. Potete ricavare questa informazioni da menu.lst stesso, scendendo in fondo al file per cercare le linee che fanno avviare Ubuntu. Lì potete trovare quale valore copiare in questa riga per far trovare il file a GRUB.

Gli attributi foreground e background riappresentano rispettivamente il colore delle scritte e il colore dello sfondo, riportati nella notazione standard RGB (usata anche nel codice html), che può essere ottenuta tramite un qualsiasi programma di grafica.

GRUB dopo la cura

GRUB dopo il chirurgo plastico.